Giù il dollaro australiano, tra debolezza dell’economia nazionale e guerra commerciale

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Qualche settimana fa abbiamo raccontato come diverse banche centrali nel mondo si stiano volgendo verso un approccio di politica monetaria accomodante, riducendo i tassi d’interesse di riferimento o dichiarandosi pronte a farlo qualora necessario. Tra queste troviamo la Reserve Bank of Australia, che nei primi giorni di giugno ha tagliato i tassi dall’1.5 all’1.25%, raggiungendo livelli di minimo storico. Andiamo quindi ad approfondire il contesto, valutario ed economico, in cui questa decisione si colloca.

Dollaro australiano: giù da inizio 2018

Come risulta evidente dal grafico che segue, il Dollaro australiano sta vivendo, dall’inizio del 2018, una significativa fase di indebolimento: nel periodo considerato, la valuta ha perso circa il 16% del suo valore rispetto al dollaro USA.

tasso di cambio dollaro australiano verso il dollaro USA

La giornata odierna si è chiusa sui livelli di 1.45 AUD per USD, dopo aver toccato un massimo di 1.46 nella giornata di martedì. Guardando agli ultimi anni, livelli di simile debolezza del cambio erano stati toccati soltanto a gennaio 2016 e nel 2009.

Analizzando le tradizionali variabili che influenzano le dinamiche del cambio, come il saldo delle partite correnti e l’ammontare di riserve di valuta estera, non si notano segnali di allarme. Un ruolo di maggiore rilievo nello spiegare la dinamica della valuta australiana viene invece dalle condizioni dell’economia nazionale - il cui recente deterioramento ha suscitato l’attenzione di policy-markers e commentatori - nonché dal contesto internazionale di tensioni relative alla guerra commerciale.

La situazione economica interna

I dati trimestrali dello Australian Bureau of Statistics suggeriscono come, dall’inizio del 2018, sia in atto un progressivo rallentamento nei tassi di crescita del PIL.
Nel I trimestre del 2019, così come nel IV trimestre del 2018, l’economia australiana è cresciuta dello 0.3% rispetto al trimestre precedente (prezzi costanti): tassi di crescita così bassi non si vedevano in Australia dai tempi della recessione del 2008. Guardando invece al PIL pro-capite, la situazione risulta ancor meno rassicurante: negli ultimi 2 trimestri si sono verificate due lievi contrazioni dello 0.1 su base congiunturale, tanto che si parla di “recessione pro-capite”.
Ciononostante, le previsioni di crescita della banca centrale per il 2019 e il 2020 sono ancora piuttosto buone (circa il 2.75%), ma al di sotto dell'obiettivo a lungo termine della banca (3.5%).

Ulteriore indicatore congiunturale che fornisce segnali negativi è la spesa delle famiglie australiane, il cui tasso di crescita risulta in rallentamento dalla metà del 2018, penalizzato da un lungo periodo di bassa crescita dei salari.

Infine, anche la performance dell’inflazione non risulta soddisfacente: nel I trimestre 2019 i prezzi sono aumentati dell’1.3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, variazione inferiore al target del 2-3%.

Il contesto internazionale

Nella descritta situazione di rallentamento interno si inserisce il tema della guerra commerciale USA-Cina, che peggiora l’outlook economico globale, aumenta l’incertezza ed i rischi. Lo scontro tra le due potenze, ormai in atto da un anno, si è infatti intensificato a maggio, con l’aumento delle tariffe USA sulla Cina dal 10 al 25% e la relativa controffensiva cinese.
La questione della guerra commerciale tocca particolarmente l’Australia per i suoi forti legami commerciali con gli Stati Uniti e, soprattutto, con la Cina. Secondo i dati ExportPlanning, nel 2018 le esportazioni australiane si sono dirette per il 32.5% verso il paese asiatico, mentre da quest’ultimo sono provenute il 21.2% delle sue importazioni. Minori i legami con gli USA, verso i quali l’Australia ha esportato solo il 3.2% dei suoi beni e importato il 10.5%.

In questo contesto di rallentamento interno e tensioni esterne si deduce quindi come la valuta si sia trovata penalizzata, e come la banca centrale abbia optato per un approccio accomodante. Ciò risulta in linea con il clima globale: questa settimana, al forum delle banche centrali di Sintra, il presidente della BCE Draghi ha spalancato le porte a nuovi stimoli, mentre la FED, che alcuni giorni fa si è riunita lasciando i tassi inalterati, ha rinnovato la sua disponibilità ad intervenire per sostenere la crescita dell’economia USA.