Brasile: la riforma della previdenza

I suoi effetti sul paese e sulle imprese straniere

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Il tempo delle riforme

"Lentamente che ho fretta": è l’ormai celebre frase pronunciata qualche tempo fa dal Ministro delle Finanze Henrique Meirelles. Sono parole che indicano l’urgenza di procedere velocemente con le riforme, ma al tempo stesso anche la necessità compiere delle scelte politiche che – in quanto decisive per il futuro del Paese – richiedono estrema ponderazione.
Negli ultimi anni tre anni il Brasile ha vissuto vicende molto intense. Hanno preso la scena i Mondiali di calcio e le Olimpiadi. Ma parallelamente una crisi politico-istituzionale e morale senza precedenti – sfociata nell’impeachment dell’ex-presidentessa Dilma Rousseff – ha portato il Paese a un grave squilibrio dei conti. Il Governo attuale, presieduto da Michel Temer, sta lavorando febbrilmente sin dal suo insediamento ad un programma di riforme istituzionali di ampio respiro. Le riforme più importanti sono due: quella che pone un limite alla spesa pubblica e quella destinata a innovare il sistema previdenziale. Entrambe costituiscono un giro di vite per le tasche dei brasiliani ma al tempo stesso si presentano come necessarie ed improcastinabili per riequilibrare i conti pubblici.

La riforma del limite alla spesa pubblica

La prima riforma – che ha imposto un tetto alla spesa pubblica – è già stata approvata dal Parlamento ed è attualmente vigente.
Si tratta di un provvedimento di contenimento della spesa: essa impone che il Governo non possa più ripassare agli Stati federali e ai Municipi più di quanto non abbia concesso l'anno precedente, aumentato dell'inflazione. Sembra un’idea scontata, ma - in un Paese come il Brasile dove l'inflazione è notoriamente alta - non è così: negli ultimi governi la spesa pubblica ha seguito un aumento costante e spropositato, ben oltre il livello dell'inflazione. La proposta del Governo in carica – oggi legge a pieno titolo – ha imboccato la direzione contraria, offrendo le prime premesse per una ripresa dell’economia basata sull’equilibrio fiscale.

La riforma della previdenza: necessaria e improcastinabile

Ma la “madre di tutte le riforme” è la riforma della previdenza sociale, attualmente in discussione.
Questa riforma è necessaria per un motivo elementare: il c.d. “bonus demografico” si sta esaurendo. Ossia i giovani sono sempre di meno mentre la popolazione anziana sta via via aumentando. Tradotto in termini economici: la fonte di sostentamento del sistema di previdenza (i giovani lavoratori) non è più sufficiente ad alimentare il reddito pensionistico (gli adulti in pensione). Un grafico dell’OCSE illustra bene l’odierna situazione previdenziale del Brasile, mettendola in comparazione con quella di altri Paesi.

Sistemi pensionistici nel mondo

L’asse orizzontale rappresenta la porzione di ultrasessantacinquenni rispetto alla popolazione totale. L’asse verticale rappresenta le spese per sostenere le pensioni.
Nel quadrante superiore destro appaiono Paesi con una grande fetta di anziani e che, per tale ragione, spendono molto per il sistema pensionistico. Si tratta fondamentalmente dei Paesi sviluppati. Nel quadrante inferiore destro sono rappresentati i Paesi con una grande fetta di anziani ma che spendono poco per le pensioni. Si tratta più che altro di Paesi sviluppati che, per svariate ragioni, spendono tuttavia poco col sistema pensionistico. Il quadrante inferiore sinistro è costituito dai Paesi che hanno porzioni minori di anziani nella popolazione e che, per tale ragione, spendono ancora relativamente poco con le pensioni. Infine il quadrante superiore sinistro: esso rappresenta i Paesi con una fetta di popolazione anziana ancora relativamente contenuta, ma che spende molto con le pensioni. E’ il caso del Brasile.
La comparazione internazionale rivela dunque un dato ineluttabile: se oggi, con un peso di solo il 13% degli anziani sul totale della popolazione attiva, il Paese spende già il 12% del PIL, cosa succederà tra due o tre decenni? Ecco la necessità della riforma. La proposta di riforma – il cui punto cardinale è portare l’età minima di pensionamento a 65 anni (quando oggi è di 60 anni per gli uomini e di 55 per le donne) e il tempo minimo di contribuzione dagli attuali 15 anni a 25 – è attualmente in discussione presso il Parlamento, oltre che oggetto di un vivace dibattito in seno alla società civile (vedi nel riquadro i principali punti del programma)

Le opposizioni alla riforma

Ci sono varie entità – a partire dalla CNI (Confederazione Nazionale dell’Industria) – che appoggiano la riforma. Ma vi sono altresì gruppi d’interesse che la osteggiano, anche con manifestazioni pubbliche, seppur con un’intensità ben più lieve rispetto a quelle che hanno portato in piazza milioni di brasiliani negli ultimi anni contro il precedente governo. Tra le categorie più combattive si registrano quelle del settore pubblico (dipendenti pubblici, militari, pompieri e insegnanti, etc...). Sul punto particolarmente interessanti sono le vicende dei dipendenti pubblici di Stati Federali e Municipi, che hanno vinto una prima battaglia. Inizialmente inclusi nella riforma, hanno opposto dura resistenza al punto che il Governo li ha esclusi dalla stessa. Tuttavia il governo Temer è passato al contrattacco, inserendo nel testo della riforma un articolo che impone un termine di sei mesi entro cui Stati e Municipi dovrebbero essi stessi legiferare in materia di previdenza dei propri dipendenti pubblici. Se Stati e Municipi non approvassero la riforma entro il termine, si applicherebbero di diritto le norme della riforma nazionale. La questione è attualmente aperta e la sua soluzione è di somma importanza perchè l’esclusione dalla riforma degli oltre 5 milioni di dipendenti pubblici – oltre a generare iniquità e malcontenti tra i dipendenti del settore privato che sarebbero discriminati – costituirebbe altresì un onere molto pesante per le casse pubbliche.

Gli sforzi del governo per raccogliere il consenso necessario

Oltre alle rivendicazioni dei vari gruppi d’interesse, un altro ostacolo è l’accettazione popolare di una riforma che verrebbe approvata da una classe politica di dubbio valore etico. I frequenti scandali di corruzione tra i parlamentari sempre meno tollerati dalla società civile si scontrano con una riforma limitatrice di diritti che sarebbe approvata proprio da parte di quei parlamentari. Inoltre, per passare, la riforma – avendo rango costituzionale – richiede un consenso alto (tre quarti dei voti di ciascuna Camera).
L’attuale presidente Temer è un giurista costituzionalista dal carattere pacato. Non ha il carisma di un leader come Lula, ma è conosciuto come “o articulador”, l’articolatore che instancabilmente tesse relazioni e apre dialoghi su tutti i fronti, tanto all’interno del partito quanto con le opposizioni e le varie forze socio-economiche del Paese. E’ una caratteristica personale assai rilevante in questo momento storico in cui è necessario più che mai trovare una vasta approvazione politica per approvare delle riforme impopolari. Questa propensione del governo attuale alla grande concertazione costituisce la principale differenza rispetto a quello precedente, la cui leader Dilma Rousseff non era mai riuscita a coagulare attorno a sè il consenso parlamentare, creando – al contrario – forti tensioni tra legislativo ed esecutivo e finanche all’interno della sua stessa maggioranza.
Michel Temer è senza alcun dubbio un presidente impopolare. E non potrebbe essere altrimenti, dovendo far approvare una serie di misure piuttosto amare per coreggere gli errori del passato. Ma ha un grande vantaggio: fondamentalmente gode dell’appoggio di Congresso e Senato. Le chances che la riforma venga approvata sono dunque ragionevolemente significative. D’altra parte Temer è riuscito a far approvare anche la riforma del limite della spesa pubblica di Stati è Municipi, che pure richiedeva i due terzi del Parlamento e che pure ha sofferto le resistenze dei politici degli enti locali, abituati da tempo a gestire le risorse senza limiti particolari. Dunque la questione non sarà tanto l’approvazione della riforma in sé, quanto piuttosto la quantità e qualità degli emendamenti che le varie forze politiche rivendicheranno, a partire dalle critiche alla parità dell’età di pensionamento tra uomini e donne.
Un articolo della nota rivista internazionale Economist dice che se Temer “riesce a far approvare la riforma delle pensioni, i brasiliani avranno buone ragioni per ringraziarlo”.

Gli effetti della riforma: i benefici per le imprese che esportano in brasile

Se la riforma della previdenza nel lungo termine persegue l’aggiustamento dei conti pubblici, evitando così situazioni insostenibili per il futuro dei giovani d’oggi (effetto a lungo termine), esse producono almeno altri due effetti.
Il primo effetto sarebbe immediato. Con la riforma, l’economia brasiliana sperimenterebbe un’accelerazione, sostenuta peraltro dalla banca centrale che ridurrebbe il tasso d’interesse ad un ritmo ancor più rapido di quello attuale. La riduzione del tasso d’interesse diminuirebbe il costo del credito e produrrebbe un effetto tranquillizzante per i mercati dopo un triennio di turbolenze, riattivando così la fiducia tra imprese ed investitori. Ciò attirerebbe gli investimenti, di cui peraltro si sta già avvertendo una ripresa per effetto dell’altra riforma (limite alla spesa pubblica) e dell’azione in generale dell’attuale governo.
Il secondo effetto sarebbe percepibile nel medio termine. Oggi oltre metà della spesa pubblica primaria del Brasile è destinata alla Previdenza, rimanendo poche risorse destinate alle altre spese, come investimenti in salute, educazione ed infrastruttura. Secondo le proiezioni del Ministero delle Finanze, la riforma del sistema previdenziario produrrebbe una crescita del tasso di investimento in Brasile dell’ 1,8% nel corso dei prossimi 10 anni. Nello stesso periodo i consumi dei pensionati aumenterebbero dell’ 1,7% e il PIL avrebbe un incremento dllo 0,65% all’anno. In termini semplici: dedicando meno risorse alla dispendiosa previdenza pubblica, vi sarebbero più risorse per lo sviluppo del Paese.
In conclusione: il completamento delle riforme in Brasile, oltre a riequilibrare almeno in parte i conti pubblici, genererebbe fiducia e garantirebbe il decollo di produzione e consumi, aumentando la domanda di prodotti nazionali e stranieri.
Ciò costituirebbe un elemento di forte attrazione anche per i prodotti e gli investimenti italiani, specialmente se correlato con altri elementi favorevoli, a partire dall’imminente stipula dell’accordo di libero scambio tra Mercosul e Unione Europea, pressati dalla difficoltà di trovare facile sbocco nel mercato statunitense, oggi ostacolato dal neo-protezionismo di Donald Trump.

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LA PROPOSTA DI RIFORMA DELLA PREVIDENZA BASILIANA IN “PILLOLE”
  1. Età del pensionamento e tempo di contribuzione. I principali cambiamenti consistono nel portare l’età minima di pensionamento a 65 anni (quando oggi è di 60 anni per gli uomini e di 55 per le donne) e il tempo minimo di contribuzione dagli attuali 15 anni a 25.
  2. Soggetti toccati dalla riforma. In principio tutti i lavoratori attivi saranno toccati dalla riforma, anche se uomini e donne con età superiore rispettivamente ai 50 e ai 45 anni saranno inquadrati in norme più soavi. I pensionati e chi completerà i requisiti per richiedere la pensione sino all’approvazione della riforma non saranno toccati.
  3. Regole di transizione. Saranno applicate delle regole di transizione per non pregiudicare chi si trova in prossimità dell’età pensionabile. Così gli uomini con 50 anni o più e le donne con 45 anni o più potranno ricevere la pensione, pagando un “pedágio” del 50% sul tempo rimanente alla pensione (ad esempio, se mancasse un anno all’età pensionabile, si dovrebbe lavorare un anno e mezzo)
  4. Formule di calcolo della pensione. Il Governo pretende di intervenire nel calcolo stimolando il lavoratore a contribuire per più tempo al fine di migliorare il proprio valore pensionistico. Così il beneficio sarebbe calcolato con base tra il 51% e l’80% delle migliori contribuzioni più un punto percentuale ad ogni anno pagato. Per andare in pensione col 100% del beneficio, si dovrà contribuire con 49 anni.
  5. Settore pubblico. Sono esclusi dalla riforma i dipendenti degli Stati e dei Municipi, inclusi insegnanti, agenti di polizia e pompieri. Resteranno dunque assoggettati alla riforma soltanto i dipendenti pubblici dell’Unione federale.
  6. Pensione per morte. La pensione per morte, oggi integrale, andrà ridotta al 50%, oltre a un 10% per familiare a carico, per tutti i beneficiari. E non saranno più ammesse le pensioni cumulative.